Diegof12

3 giorni nel centro Italia con 50N Malossi

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Preparazione della Vespa

La Vespa in questione è una 50N del 1969 di recente acquisto, ex proprietario un amico carrozziere, si presenta marciante e in ottimo stato, la carrozzeria è stata verniciata di un blu metallizzato, non originale ma molto bello a mio avviso, e i cerchi di un vistoso color oro, cosa di cui mi occuperò i prossimi mesi per riportarli al grigio classico Piaggio. Nel procedimento di restauro l’amico ex proprietario ha provveduto a rinforzare il telaio nei classici punti di rottura, visto che il motore monta gruppo termico Malossi ultima versione con ammissione lamellare al cilindro MRT, e tutta la restante componentistica Falc, pezzi di prim’ordine che mi hanno convinto nell’acquisto a un prezzo più che vantaggioso.

La 50 non è però perfetta, i comandi al manubrio sono duri all’azionamento, manca il bloccasterzo e l’impianto elettrico non è collegato, inoltre si rileva una fastidiosissima vibrazione a un certo regime di risonanza, intorno ai 6000 giri al minuto, che spacca i timpani più dello scarico a espansione realizzato su specifiche del motore in questione da MD Racing. L’assetto conta su un posteriore leggermente rialzato con ammortizzatori di pessima fattezza, dietro duro come un bastone, davanti morbido come il burro. Come se non bastasse monta pneumatici Michelin S1 3.00-10, gli addetti ai lavori ora si staranno toccando le palle. Diciamo che anche grazie a questo assetto sgraziato il vecchio proprietario non ha mai grippato, perché i 50km/h in questa maniera sono veramente pericolosi da supere. La carburazione infatti risulta completamente fuori, grassa di minimo e magra di passaggio e massimo. La sella è una piaggio originale 2 posti a molle, perfetta per aprire letteralmente il culo in due, ma per me che non ho questa ambizione risulta giusto un pelo scomoda. Come se non bastasse la frizione tende a slittare e non stacca bene.

L’assetto che vado a realizzare cerca di ammorbidirla al posteriore e di spostare il baricentro all’avantreno, unico modo a mio avviso di rendere guidabili anche in curva i telai smallframe e non solo. Sella Nisa monoposto, con due Audax 500km delle Marche alle spalle, modello unico sia per largeframe (PX e similari) che per smallframe (50, Primavera, PK e similari), esteticamente leggermente abbondante ma molto comoda, seduta bella larga e giusta durezza della spugna, testata, una garanzia. Ammortizzatore posteriore Sip a gas, con prolunga da 3.5cm, settato tutto morbido sia di precarico che di estensione, non una prima scelta in questo caso, ma questo ho in garage e questo monto. All’anteriore lascio quello scarico originale che ci avevo trovato installato, il fatto che la parte oleodinamica sia completamente fuori uso lo rende molto morbido nell’assorbimento ma soprattutto morbido nel ritorno, ovviando al grave problema degli ammortizzatori di fascia medio bassa, ovvero di dare bastonate sui polsi e di far saltare letteralmente l’avantreno in fase di estensione. La scelta delle gomme ricade su pneumatici Unilli mescola soft sia all’anteriore che al posteriore, non troppo gonfie, privilegiando l’assorbimento delle asperità della strada piuttosto che la precisione in curva, non vado infatti a fare le corse, ma “un’allegra passeggiata”. Cablo l’impianto elettrico dall’accensione, derivata da una Vespa HP, all’impianto originale, istallando un regolatore di tensione, luci a 12v e una H7 all’anteriore, che su questa parabola monta plug and play, come dicono quelli fighi, centrando precisamente con la resistenza della lampada il fuoco della parabola, ciò mi regala una luminosità a 360° costante dal parafango ad almeno 50 metri avanti, fastidiosa, è vero, per chi transita nel senso opposto di marcia, ma una garanzia per il pilota che non vuole farsi sorprendere da cervi o cinghiali, e chi più ne ha più ne metta, nelle buie notti appenniniche. L’autonomia del minuscolo serbatoio viene supportata da una tanica da 4,5L posta in mezzo alle gambe del pilota, fissata con delle corde elastiche agli occhielli installati sulle viti del cavalletto, quest’ultimo responsabile della fastidiosa vibrazione proveniente dal telaio. Risolvo applicando come mio solito una striscia di camera d’aria e del grasso intorno alla staffa che lo fissa, le orecchie ringrazieranno. Di fronte alla tanica sfrutto i fori filettati originali presenti nel telaio per installare un brutto ma alquanto comodo porta-barattolo-dell’olio realizzato con delle strisce metalliche preforate pieghevoli. Monto il bloccasterzo mancante, revisiono completamente il manubrio, smonto pulisco e ingrasso tutto ciò che lo riguarda per ammorbidire i comandi. Particolare cura la dedico alla sostituzione dei cavi e al controllo delle guaine. Sul tappo del conta chilometri applico una piastra con del velcro adesivo sopra, che mi sosterrà lo smartphone per tutto il percorso. Completa il corredo da viaggio il porta pacchi anteriore, che preferisco di gran lunga a quello posteriore per tre motivi: primo, mi permette di controllare la borsa a vista, scongiurando la perdita della stessa, secondo, posso tenere in borsa un power bank perennemente collegato al cellulare, e terzo, migliora il bilanciamento della Vespa spostando il baricentro in avanti. Cerco la migliore carburazione possibile ma ahimè gli spilli di cui dispongo (X2, X8, X9, X10) non sono adatti: o troppo grassa di passaggio o troppo magra. Bel problema considerando che il ricambista è in ferie. Ci vorrebbe una via di mezzo ma non ce l’ho, cerco di ovviare al problema scegliendo lo spillo migliore che ho e ingrassando di 5 punti il getto del minimo, confido nella sensibilità del mio polso destro visto che questi cilindri in alluminio non mi danno troppa fiducia, non concedono errori, rimpiango la buona e vecchia ghisa. Dedico particolare cura al circuito di raffreddamento forzato e alla frizione, che viene dotata di dischi Falc, con due infradischi in ferro e uno in alluminio. Rigenero inoltre il silenziatore di scarico visto che la lana di vetro contenuta è ormai logora e fodero il pozzetto che ospita il carburatore, sprovvisto di filtro, con della spugna Malossi sul fondo e sul cassettino porta oggetti forato.

 

Preparazione del pilota

Scarsa… ovvero per quello che avevo preventivato potevano anche andare bene due magliette e un pantalone neri -così si sporcano meno- pensavo, ma non avevo fatto i conti né con il ferragosto più torrido del millennio, né con l’allungamento del tragitto improvvisato alla sera. Ma ci arriveremo dopo. Camicia hawaiana e un pantalone corto per la serata, scarpe da ginnastica leggere con suola morbida per assorbire le vibrazioni della pedana, spazzolino e dentifricio, occhiali da sole. Mi premuro solo di portare con me una felpa e un pantalone lungo in caso di fresco sui tratti montuosi.

 

L’idea

Tutto inizia in una splendida e spensierata serata in quel di Serrapetrona, rifugio di Manfrica. La serata organizzata dallo staff del Montelago Celtic Festival prevede concerto e notte in tenda. Conosco qui un ragazzo e una ragazza con i quali trascorro gran parte del tempo e stringo amicizia, lei è siciliana, lui umbro, di Narni. Ci salutiamo l’indomani con la promessa di rivederci, magari proprio in quel di Narni, uno dei borghi più belli del centro Italia. Non dista molto da casa mia, Osimo in provincia di Ancona, sono circa 200km. Da qui l’idea: e se andassi in Vespa? Renderebbe tutto molto più divertente, prenoterò una notte nei dintorni e il giorno successivo rientro a casa. Perfetto!

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Giorno 1

Mi sveglio di buon’ora trepidante, fisso la borsa al porta pacchi con due elastici e preparo il percorso. I giorni precedenti avevo raccontato ad amici e amiche quello che mi stavo apprestando a fare e mi avevano suggerito alcune mete che non potevo farmi sfuggire, come ad esempio Spello, il quale, sito a metà strada tra casa mia e Narni, è il luogo perfetto per la sosta pranzo. Saluto quelli di casa, solite raccomandazioni, prima dentro, via.

Appena partito mi accorgo subito di un problema: scappa la terza, -merda-. Ho avuto così pochi giorni per preparare il mezzo che questo difetto non lo avevo proprio notato, è sicuramente rovinata la sede della crociera sull’ingranaggio secondario. Sarò costretto a guidare alla “Starsky e Hutch” che fanno seconda-quarta con la Gran Torino rossa? No, non ho la coppia di un V8 a spingermi. La soluzione? Aprire il motore, ma non c’è tempo. Questo inconveniente mi costringerà a tenere leggermente premuto in basso il comando al manubrio quando innesto la terza appunto, così facendo sembra tenerla. Non iniziamo proprio bene… la carburazione mi desta qualche preoccupazione: leggermente magra a ¼ di gas –ci voleva lo spillo X11- penso. Ogni circa 100 metri parzializzo per ingrassare la carburazione sfruttando il getto del minimo abbondante, grippare un gruppo termico in alluminio con canna cromata vuol dire fine dei giochi. Ma si prosegue.

Attraverso Macerata, San Severino e giungo sull’Appennino, lasciandomi alla sinistra un cartello stradale che recita la scritta “Passo Cornello”, famoso tra i motociclisti per le curve a loro dire mozzafiato e mi chiedo -chissà dove sarà questa famosa strada?-. Arrivo a valle, mi fermo a fare il primo rifornimento di benzina. Altro imprevisto, il distributore non funziona, capita spesso soprattutto nelle minuscole stazioni di servizio montane, ma ho la mia santa tanica carica di miscela al 3%. Realizzo di aver percorso circa 100 km con un pieno, non male per il Malossino! Chiedo ad una signora che smadonna per il mancato funzionamento della stazione di servizio quale sia questo famoso Passo Cornello, e mi risponde -questa strada qua!- tra me e me penso -i motociclisti fanno tutto sto casino per il Passo Cornello… a me sembra una comune strada con qualche curva e niente più, il Monte Conero gli da due giri…-. Va bè, torno indietro per la foto di rito con il cartello, e qui faccio la prima conoscenza di questo viaggio: Devis. È un ragazzotto sulla quarantina che sostiene di conoscermi di vista, fa l’autotrasportatore e diverse volte passa per Osimo. Mi racconta che una volta si è fermato in un’officina a chiedere informazioni e, a quanto pare, sembra che le abbia chieste proprio a me. Monta una Yamaha 750cc di cui ignoro il nome. Mi dice che sta scendendo a valle anche lui e che abita lì vicino, si offre per fare la strada insieme e per mostrarmi, prima del mio pranzo a Spello, un vicino paesino tipico dove posso refrigerarmi dai 30° abbondanti con una buona birra -non vedo l’ora di fare due curvette insieme a una moto- penso. Lui si avvia adagio mentre io faccio la prima foto del viaggio sotto al famoso cartello, mi affretto, salgo in sella, prima seconda terza, eccolo, rallento, seconda sotto coppia -eccomi ora puoi andare- penso. Ma lui non va… i 40km/h che stiamo tenendo sono sufficienti per lui. Così con molta, moltissima calma, procediamo. In alcuni tratti in salita, con la prima marcia, la Vespa stenta a restare in moto, e mi fa cenno con la mano di rallentare in corrispondenza dei dossi artificiali, penso che farei prima a spegnerla e proseguire a spinta. Mi accompagna fino a Collepino, delizioso minuscolo borgo, quattro case, un bar e un ristorante. Birretta e sigaretta mi fanno compagnia qualche minuto.

Parto alla volta di Spello, ma la strada che mi suggerisce il navigatore è troppo semplice, metto il segnaposto di Google Maps dove vedo tratti tortuosi, allungando sì il percorso ma moltiplicando il divertimento. Bella Spello è vero, ma le cameriere del ristorante lo sono di più. Con eleganza, decido di lasciare il resto come mancia, e me ne vado bellamente. Per la precisione il resto è di 1€.

Ora solo 74km mi dividono da Narni, passando per improbabili paesini come Bevagna, Bastardo, Massa Martana, Acquasparta, San Gemini. Proseguo sempre con costanti parzializzazioni del gas, permettendomi di tanto in tanto il lusso di tirare un paio di marce, ma non la terza che scappa -fanculo-. Il post pranzo si fa infuocato, 35°C, l’asfalto è bollente. Per fortuna ho gonfiato poco le gomme, così da compensare l’aumento di pressione dovuto all’incremento di temperatura. Comincio a odiare i miei vestiti neri. Ma si va, la giornata sta andando bene, sono positivo e divertito, i km scorrono tra un rifornimento, una sigaretta e una birretta.

In tardo pomeriggio giungo a Narni ma non mi fermo, la strada qui è divertente e i paesaggi meravigliosi. Proseguo per qualche km, poi torno indietro e noto un castello in cima a una collina, è la Rocca Albornoziana di Narni, vado. La strada man mano che salgo diventa bianca, imbrecciata e infine quasi una mulattiera con sassi che sporgono, buche e avvallamenti. Proseguo a passo d’uomo e arrivo in cima. Foto di rito, un respiro, e di nuovo giù a fare enduro. Per la sera ho prenotato una notte nei pressi di Stroncone, a dieci minuti da Narni. A convincermi della scelta del Residence Grimani sono le foto di una piccola piscina circolare, nella quale non vedo l’ora di gettarmi. Al mio arrivo la titolare rimane stupita nel vedermi in sella al mio cavallo di ferro, un pony più che altro. Quando telefonicamente ci eravamo sentiti, le avevo detto che ero su due ruote ma non specificandone le dimensioni di quest’ultime -tutta questa strada con la Vespetta?- -Perché no…-. Due chiacchiere e un tuffo, doccia e vado a cena in paese. Al tramonto ho tempo per ammirare questo meraviglioso luogo, sospeso nel tempo, sembra di stare in un’altra epoca. Noto un ristorante in un angolo e prenoto, di lì a un’oretta, un posto a cena. Due passi più in là mi fermo a fare aperitivo e contatto i miei amici Umbri. Ahimè la ragazza si era sentita poco bene durante il giorno e decidono di non uscire, non mi rammarico, anzi, decido in quell’istante di prolungare il mio viaggio di un giorno, dopo tutto sono in ferie, chi mi può fernare? Controllo Google Maps. Roma dista due ore di viaggio. Si, voglio una foto al Colosseo. E poi? Da Roma a L’Aquila sono altre due ore, una foto al famoso Roll Bar di Davide Cironi non la facciamo? Prenoto immediatamente una notte in un agriturismo affittacamere poco fuori L’Aquila, dove dicono le recensioni si mangi ottimamente. Sorrido e mi sfrego le mani, sono al settimo cielo, mi sento inarrestabile e per nulla stanco. Mi viene in mente poi che un amico, il giorno prima, mi aveva parlato di un’ottima birreria proprio a Narni, chissà dove sta. Cerco e… scopro che è letteralmente attaccata al ristorante dove avrei cenato, che botta di culo. Non posso più aspettare, sono trepidante, mi dirigo verso il ristorante anche se in anticipo. Mentre mangio deliziando palato e occhi con uno scorcio che da sul paesaggio, sento provenire dalla birreria “Arcomincio” della musica live, Led Zeppelin, Pink Floyd e altri mostri sacri del rock anni ‘70 echeggiano in acustico nel vicolo. Mi affretto a finire la cena e mi fiondo all’Arcomincio. All’interno ci sono solo addetti ai lavori e musicista, tutti i clienti sono posizionati all’esterno su delle tavolate, sotto un arco appunto, e l’unico posto libero per mia fortuna è proprio quello che da verso l’ingresso del locale, giusto di fronte al tipo che suona. La sedia di fronte a me è libera e viene presto occupata dal fonico del musicista. Condividiamo il posacenere così iniziamo a fare quattro parole. Terminata l’esibizione, e l’ennesima birra, il chitarrista si alza e viene verso di noi, si presenta, Fabrizio. Tento di offrirgli qualcosa da bere ma mi dice che non consuma alcol, non mangia carne e non fuma. Rimango alquanto sbalordito, lo immaginavo artista tutto alcol ed eccessi, ma il suo stile di vita lo ripaga, ha 53 anni all’anagrafe ma ne dimostra 40 scarsi. Mi racconta che fino ai 25 anni effettivamente la sua vita era tutto un eccesso, droghe di ogni genere, sigarette, alcol come se piovesse, poi d’un tratto ha smesso, è diventato dapprima vegetariano e poi vegano. Campa della sua musica, produce canzoni, vende CD, e fa qualche serata in giro. Mi propongo di comprargli un disco, ma non lo ha con se, mi chiede il numero di telefono e mi invia le sue canzoni su whatsapp gratuitamente. La serata prosegue tra birre, chiacchiere, risate e spensieratezza, i 300 km totali percorsi in Vespa sembrano non avermi minimamente sfiorato. Giunge la mezzanotte.

Anche se per nulla assonnato decido di rientrare ai mei alloggi, non vorrei tirare troppo la corda, come si dice. Arrivo davanti al cancello del residence, Vespa al minimo, motore caldo, pieno di miscela appena fatto. Mi fermo ad osservare il paesaggio notturno e noto poco lontano una rocca illuminata, molto invitante. Controllo il navigatore, è Stroncone, e li vicino, in cima a una salita tutte curve, leggo “Convento Lo Speco di S. Francesco”. Non ci penso due volte, ingrano la prima e vado. La potenza luminosa è veramente ottima con le modifiche effettuate e mi concedo per la prima volta in questo viaggio di tirare a fondo il motore. Salgo la stradina verso il convento, i venti cavalli abbondanti del Malossi galoppano in salita facendo galleggiare la ruota anteriore non appena entra in coppia, pura libidine che solo un appassionato può capire. La sicurezza in questo caso è garantita dal fatto che sono in salita, quindi non affatico i minuscoli freni a tamburo originali, e che non faccio in tempo neanche a innestare la terza che è già ora di mollare il gas per il prossimo tornante. Foto di rito al convento, giro notturno in una deserta e suggestiva Stroncone, e torno al residence. È notte fonda quindi mi premuro di fare gli ultimi 10 metri a spinta per non svegliare gli altri clienti. Mi addormento sorridendo, nessuno può fermarmi.

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Giorno 2

Apro gli occhi, fuori inizia a schiarire, controllo l’ora: le 5:30. Sono un po’ troppo agitato per dormire così esco e mi accomodo su un lettino aspettando l’alba, nel frattempo studio il percorso, 2 ore per Piazza del Colosseo, e da lì altre due ore per L’Aquila, ottimo. Vagabondo tra sedie, sdraio, dondolo e amaca aspettando l’alba di Ferragosto. Il sole nasce e illumina la vallata, clima sereno, silenzio totale. Di lì a poco si palesa una donna, sui 70 anni, è la madre della proprietaria del residence e mi chiede se fosse mia la Vespa che aveva visto parcheggiata sotto la tettoia. Sorrido e faccio cenno di sì con la testa. Mi racconta che suo padre ne aveva una uguale e che la portava con lui quando aveva appena 10 anni. I suoi occhi si rivolgono al cielo, chissà quanti ricordi si risvegliano in lei. Mi chiede -riparti oggi?- -si- -peccato, è così bella questa Vespetta che vorrei averla qui ancora qualche giorno-. Sorridiamo. La signora rientra in casa e lascia il suo posto a un’altra donna, sui 35 anni, è la figlia della proprietaria. Mi chiede dove sono diretto. -Roma- rispondo sorridendo -Ma qui intorno non fai un giro per le Marmore? E il lago di Piediluco? Dai retta a me- prende carta e penna e inizia a disegnare una mappa -passi di qui, poi di qua, ti fai un bel giro alle cascate delle Marmore, poi scendi, passi per il lago di Piediluco, e poi diretto per Roma, però devi sbrigarti che è già tardi!-. Accetto i consigli, mi faccio una doccia al volo e sono subito in sella, una pedalata e metto in moto al minimo mentre mi infilo il casco. In quell’istante escono a salutarmi tutte e tre le signore, proprietaria, mamma e figlia, come se mi stessi imbarcando nel Titanic o fossi in partenza per qualche guerra. Ricambio il saluto e trotterello via diretto alle cascate delle Marmore.

Qui mi attende un’ora almeno di visita nonché 600 scalini prima in discesa, e poi in salita. Me li faccio tutti d’un fiato, ammiro la maestosità della cascata, mi rinfresco con l’acqua che scendendo si nebulizza e crea una nuvola di puro godimento. Noto che alcuni si imbarcano su dei gommoni per fare rafting sotto la cascata e lungo il fiume, ci penso un attimo ma poi mi dico -magari un’altra volta-. Risalgo di corsa i 600 gradini, arrivo in cima completamente fradicio di sudore, mi sciacquo in bagno e cambio la t shirt, ne indosso un’altra, sempre nera. Rimetto in moto e il parcheggiatore mi fa in dialetto -ahhh qui abbiamo un centoddue- lo guardo un po’ in cagnesco, mi chiedo perché le persone sprechino fiato quando non conoscono minimamente ciò di cui stanno parlando. -No è un 130-. Una sgasata e mi dileguo alla volta di Piediluco lasciandolo lì senza diritto di replica.

Percorro tutta la strada intorno al lago, e noto una piccola rocca su un’altura. Vado. Foto di rito, anche qui la mulattiera da enduro non ce la facciamo mancare, e discesa. Mi fermo al primo bar che incontro, dove trovo molta difficoltà nel farmi servire. Le tre bariste, 150 anni in 3, vogliono trattenermi tra battutine e offerte di stuzzicherie -tipo la patata- dice una. La scena tragicomica mi diverte, ma datemi quella cazzo di birra. Mi disseto, una sigaretta, miscela, e si riparte. Inizia ad avvicinarsi l’ora di pranzo, sono in ritardo sulla tabella di marcia.

Punto come mio solito il navigatore dove vedo strade tortuose, evitando la più facile e diretta, attraverso improbabili e deserti paesini come Cottanello, Montasola, e fa caldo intanto, Casperia, Poggio Catino, il caldo aumenta, Poggio Mirteto, il caldo diventa quasi insopportabile, ma proseguo, niente può fermarmi e il mezzo sta sopportando alla grande le condizioni proibitive. Sono quasi le 14:00, il sole picchia duro, l’asfalto si scioglie, il termometro segna 41°. Inizia a mancarmi l’aria, forse c’è qualcosa che può fermarmi, mi ricordo di non essere un supereroe, peccato. Il vento bollente mi brucia le braccia e le gambe scoperte, l’ansia mi pervade, pensieri oscuri si fanno strada dentro me -forse sto esagerando, ma chi me l’ha fatto fare, a quest’ora potevo essere al mare o in piscina, è tardi, la Vespa reggerà? Le gomme esploderanno? E se grippassi qui in mezzo al nulla? E se svenissi? Non farei neanche in tempo a chiamare i soccorsi- rallento, ma fa ancora più caldo. Inizio a tremare, il corpo viene attraversato da brividi, ho la tachicardia, sto per svenire, è l’ansia lo so, mi è già successo, e dopo di che di solito perdo i sensi. Mi guardo intorno, sembra il deserto del Sahara, nessun albero, nessun edificio, sterpaglie ovunque. Leggo in lontananza un’insegna: Carabinieri. Penso di fermarmi e di chiedere asilo per qualche minuto, consapevole del fatto che sono a bordo di un mezzo elaborato e di rischiare multa e sequestro. Mentre rifletto all’orizzonte vedo una rotatoria e di fianco a questa l’insegna accesa di un bar. La salvezza. Parcheggio la Vespa in quarta e mi fiondo ancora tremolante dentro al bar cercando refrigerio. Chiedo al barista se servono qualcosa da mangiare e mi risponde che hanno solo il gelato. Accetto di buon grado. Di fianco a me un altro cliente scruta la vetrina dei gusti e cerco in lui conforto –mamma mia oggi che caldo, mi manca il respiro-. Penso che se dovessi svenire di fianco a lui almeno qualcuno ci sarebbe per soccorrermi. Respiro, mi calmo, prendo una coppa gelato enorme e due bottiglie d’acqua da un litro e mezzo, mi siedo ancora tremolante e mi ristoro. Realizzo che non ce l’avrei fatta a raggiungere il maledetto Colosseo. Controllo la mappa, sono a Passo Corese, 40km dalla sognata meta. Con rammarico rinuncio e decido di dirigermi diretto a L’Aquila, sarebbero altre due ore di viaggio, decido quindi di fermarmi fino alle 18:00 in quel bar di periferia, impossibile continuare con quell’afa. Scrivo alla mia famiglia informandoli che sto bene, ma che è troppo caldo e mi fermo per qualche ora in un bar, così sono tranquilli loro, e sono tranquillo anche io. Il pomeriggio passa ritmato dalla tachicardia costante. Alle 17:30 mi faccio coraggio e cerco un bancomat lì nei dintorni, sta a poche decine di metri rispetto a dove mi trovo ora. Salgo in Vespa e vado, ho anche finito le cartine e i filtri. Consulto Google Maps, mi indica di percorrere una statale che passa per Rieti, in totale 100km circa. Ma la strada sembra troppo lineare per i miei gusti, quindi, dopo aver inzuppato la maglia sotto al lavandino di un bar tabacchi incontrato per caso, punto il navigatore su due laghetti che mi separano da L’Aquila, precisamente in linea d’aria. Via.

Attraverso altri paesini sperduti tra le colline laziali, uno slalom continuo tra buche, persone che camminano, cani sciolti. La visione di altri esseri viventi mi tranquillizza. Lago del Turano, Stipes, Rocca Vittiana, Lago del Salto. Il sole cala e con esso la temperatura, si inizia a respirare. Fiamignano, Castiglione, San Nicola, inizia a farsi buio. Accendo le luci. Sono a mezz’ora dalla meta: Coppito, appena fuori L’Aquila. Mi rimane di scendere dall’ultima collina, mi fermo un secondo e scatto una foto. Ancora una volta sono l’unico scemo in giro a Ferragosto su quelle sperdute stradine. Oppure no? Sento un rumore di scooter, mi volto, passa un plasticone quattro tempi, perfetto! Mi affretto a ripartire e mi pianto a 20 metri di distanza da lui. Procede spedito, si vede che è uno del posto. Copio le sue traiettorie, vedo dove frena e dove accelera, se va molto piano vuol dire fondo dissestato, se piega sicuro il manto stradale è apposto. Non è infatti raro trovare a tratti massi, detriti, buche e breccino in piena curva. A un bivio ci dividiamo, sono quasi arrivato a valle, è buio pesto, sono le 21:00 passate ma mi sento a destinazione. Una telefonata interrompe il navigatore, a casa infatti non avevano notizie di me da diverse ore e avevo mancato di rispondere ai loro messaggi. –Mamma che cazzo chiami? Sto cercando l’agriturismo!- poveretta, penso, sarà stata molto in pensiero, ma ho fretta di arrivare a destinazione, mi sento veramente stanco, le mani sono doloranti, maledette manopole originali. Mi scuserò poco dopo con lei.

Giungo a Coppito, agriturismo Cherubini Daniela. Il collo è dolorante a causa del casco modulare che ha il baricentro troppo alto in posizione aperta, sul palmo destro ho stampato in negativo le righe e lo stemma Piaggio della manopola. Mi consolo con gli ottimi arrosticini cucinati da Daniela. Ahh gli arrosticini… la mia terza passione subito dopo la Vespa. Un paio di Morettone da 66 contornano la deliziosa cena. Anche qui la signora è incuriosita dal mio insolito mezzo e mi chiede dettagli del viaggio. A fianco a me cena un signore con il quale Daniela è molto in confidenza, Filippo. Sulla quarantina, Ingegnere aerospaziale, mi chiede se anche io sono lì per volare. Risponderei che sono appena atterrato, ma non ho ancora confidenza con lui e mi limito a un –in che senso?-. Mi spiega che di li a due passi c’è un piccolo aeroporto dove si trova il suo aliante e l’indomani avrebbe volato. Aveva appena terminato di percorrere la via Francigena, per chi non lo sapesse si tratta di un percorso da Siena a Roma da percorrere a piedi in 7 giorni. Chiacchieriamo tra una birretta e una sigaretta per tutta la serata, condividendo le nostre esperienze, fino al momento in cui ci salutiamo a mezzanotte circa. Doccia, metto in carica il telefono e realizzo di aver percorso solo 200km, meno del giorno prima, ma più pesanti. Crollo sul cuscino.

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Giorno 3

Apro gli occhi, controllo il telefono, le 5:30 di nuovo –e che cazzo-. Questa volta non sono proprio riposato e fresco come la mattina precedente, la giornata appena trascorsa era stata molto provante. Tento di riaddormentarmi ma nulla, sono trepidante per il ritorno. Esco per fumare una sigaretta, fa freddo, molto freddo, non sono neanche 20°. Filippo mi aveva avvisato che oggi sarebbe cambiato il clima, il che mi va anche bene, ma una via di mezzo tra caldo torrido e freddo pungente sarebbe bastata. Attendo le 7:30 per la colazione, ma non ho la mia solita fame mattutina. Ingurgito a stento due pezzi di crostata fatta in casa. Nel mentre la proprietaria del locale chiacchiera con una coppia, non chiedo loro il nome, non mi interessa sta volta, il mio pensiero è rivolto solo al freddo e le nuvole grigie che coprono il sole. Scopro che anche il signore è un Vespista e che a 18 anni aveva girato d’Italia con una GS150. Mi racconta che era in compagnia di un amico a bordo di un Benelli 2C, il quale trasportava un sacco a pelo di traverso sulle sue spalle. Durante un sorpasso il sacco a pelo si era agganciato al manubrio della GS facendoli cadere rovinosamente a terra. Mi tocco le palle anche se non sono un tipo superstizioso. Preparo la borsa, saluto tutti e mi avvio verso la Vespa. L’olio per la miscela scarseggia, forse non basta fino a casa, e continua a fare freddo, la felpa non è sufficiente. Calma. Cerco un Brico Io, so che loro hanno l’olio che fa per me, non il Motul 710 che adoro, ma un buon Castrol. Sta a 5 minuti di distanza, proprio di fianco al famoso Roll Bar, luogo che non volevo farmi sfuggire.

Il Roll Bar è un locale di proprietà di Davide Cironi, famoso giornalista di auto sportive diventato celebre grazie ai sui video dove testa auto di ogni genere. È un ragazzo che gode della mia stima. Dopo il rovinoso terremoto che ha devastato il centro Italia nel 2016 era rimasto senza lavoro, così ha seguito la sua passione e ne ha fatto un mestiere. Ad oggi gira tutto il mondo testando, ma soprattutto, raccontando le sensazioni che prova dentro alle più leggendarie vetture di ieri e di oggi.

Arrivo davanti al Brico Io, mi volto a sinistra e leggo “Decathlon”. Esulto come se avessi segnato il rigore della vita, posso ristorarmi al bar, rifornirmi di olio e comprare vestiti antipioggia. Alle 9:30 spunta un timido sole tra le nuvole che riscalda immediatamente l’aria, posso partire, ora la felpa è sufficiente. Punto il navigatore per Campo Imperatore, poi Lago di Campotosto e Castelluccio, ma ci ripenso. Decido di saltare la visita a Campo Imperatore perché completamente fuori mano, e l’esperienza del giorno precedente mi aveva insegnato che a volte è meglio non esagerare, non sono infatti in formissima. Si va.

Man mano che salgo in quota il clima diventa sempre più pungente, e se la felpa me la faccio andare bene, ora sento freddo alle gambe. Mi fermo e indosso i pantaloni lunghi e, già che ci sono, una canotta sotto la maglietta. Si continua. Le nuvole si stanno aprendo, ora fa caldo, in breve tempo sfioriamo i 30°. Le curve si susseguono veloci, tutte ad ampio raggio, ma non me la sento di esagerare, fuori traiettoria infatti l’asfalto è sporco di breccino e il manto non è proprio regolare. Arrivo al lago di Campotosto, ho mal di pancia. Parcheggio velocemente la Vespa in un angolo, mi fiondo dentro al primo bungalow/bar che incontro. Diarrea. Manca la tavoletta e la carta igienica ma me ne accorgo solo ad atto compiuto, per fortuna porto sempre con me un pacchetto di fazzoletti. Lo sforzo sui quadricipiti è sovrumano, esco dal bagno barcollando. Ora ho caldo, molto caldo. Cerco ristoro in un cornetto e una bottiglietta d’acqua, nel mentre mi avvio verso la Vespa per spogliarmi dai vestiti pesanti ormai inutili. Trovo, come sempre ogni volta che la parcheggio, un uomo con al seguito suo figlio che osservano attentamente la marmitta ad espansione. Inizia il solito discorso -Cosa monta? Che marmitta è? Da dove vieni? Ahhh io avevo un 130 polini “addoppia” con il “cannòdellazirri”, ho dovuto fare una gettata di cemento dentro al bauletto per quanto si impennava!-. Povero stolto, penso, solite leggendarie avventure di motori che non andavano una sega. Mi sembra di ricordare un passo della Divina Commedia dove si parla di un girone nell’inferno dantesco dedicato ai bauletti cementati. Per i non addetti ai lavori: i motori da lui citati contavano circa 12 cavalli, circa 10 in meno di quelli che ho sotto al culo. Non sono molto propenso a parlare stavolta, continuo ad essere stanco, gambe doloranti, dolori addominali. Mi spoglio distratto dalle chiacchiere del tizio, non vedo l’ora di andarmene.

Continuo l’arrampicata tra gli appennini, di tanto in tanto vengo raggiunto e superato da carovane motociclistiche che mi salutano con il piede, forse sono divertiti dal vedermi viaggiare, con tanto di borsa al seguito, a bordo del mio strambo mezzo sul filo dei 100km/h in scioltezza, come la diarrea appunto. Arrivo ad Arquata del Tronto, o meglio un insieme di bungalow/bar, e bungalow/case, che ospita gli abitanti in seguito al sisma di 5 anni fa. Conosco la zona, ci sono già stato. Mi disseto con una Coca Cola, anzi due, anzi tre di fila, la quarta la tengo di scorta. Niente di meglio che zucchero, caffeina e freschezza per recuperare un po’ di energie.

Rabbocco la miscela e percorro ancora qualche km fino a che svolto a sinistra all’altezza di un’indicazione: Amatrice. Sorrido. Mi sento a casa, anche sono ad ancora 100km abbondanti di distanza, ma queste strade le ho già percorse più di una volta in Vespa, l’altra per l’esattezza, una Special biancospino del ‘79. Accelero il passo, mi permetto qualche sorpasso in salita, finalmente la positività divampa dentro me, e in men che non si dica percorro la strada della vita, quella intorno a Castelluccio. È buffo dopo 600km realizzare che il tratto più bello si trova relativamente vicino casa. Un serpente di nuovissimo e liscissimo asfalto nero, adagiato sul costone della montagna, che permette la vista di almeno un km di curve, così da preparare le traiettorie ideali per tempo. Il paesaggio è mozzafiato, la distesa tra Castelluccio e Norcia, decorata dal famoso bosco a forma di stivale italiano, stupisce ogni volta, anche se non siamo in periodo di fioritura. Spariscono i dolori a pancia, collo e mano destra. Mi viene da sorridere, che bello. Mi voglio dimenticare della carburazione, faccio distendere il motore e non cerco più il getto del minimo parzializzando il gas, se grippo pazienza, ormai sono quasi (si fa per dire) a casa. Apro. Faccio raggiungere il fuorigiri al Malossi praticamente a tutte le aperture tenendo costante il polso destro, come se fosse uno stress test. Ma non vuole proprio grippare lui, buon per me.

In cima a Castelluccio parcheggio il bolide in mezzo a una ventina di moto, non li invidio affatto, facile macinare km su un mezzo nato proprio per quello. Motociclisti senza anima e personalità, non li capirò mai. Con l’aria di uno che la sa lunga accavalletto il bolide e mi allontano senza voltarmi, occhiali da sole e capelli al vento. Mi accomodo in un locale che ha posto esattamente di fianco alla spinatrice della birra. Ordino 20 arrosticini, un piatto di cicoria, 4 birre medie e un dolce alla ricotta e miele. La vista dà proprio sul parcheggio, la 50 attira l’attenzione di molte persone: c’è chi indica la tanica della benzina, chi la borsa dei vestiti, chi l’espansione, chi si mette in ginocchio per capire se ci sia della ghisa o dell’alluminio lì sotto. È proprio lui signore e signori, made in Italy con canna cromata! Sono di ottimo umore, scherzo con i camerieri, mi sento bene e anche un po’ ubriaco. Dedico al pasto ben 3 ore, che passo volentieri seduto su una sedia che non vibra come la sella del mio cavallo di ferro. Di tanto in tanto mi alzo per andare a espellere qualche bionda media. Per chi non lo sapesse i WC a Castelluccio sono in comune di tutti i locali, e c’è anche qui un bungalow dedicato. Per andarci devo attraversare il parcheggio e tornando al ristorante noto due adepti in ginocchio al cospetto della 50. –Vi piace?- -Gagliarda!- rispondono loro. Sono due meccanici romani con la passione dei ferri vecchi come me, mi chiedono informazioni e sono preparati, almeno loro non nominano fantomatici bauletti cementati, la conversazione è piacevolmente tecnica. Mi risiedo al tavolo e stavolta porto con me il casco e un cacciavite con inserto a croce che utilizzo per smontare mento e visiera, sono solo peso per il mio malconcio collo visto che non li ho mai utilizzati. La cameriera mi interrompe mentre sbrano l’ennesimo arrosticino, mi chiede se può leggere la scritta sulla mia maglietta. Finalmente la t-shirt nera con scritta simpatica, che il giorno prima mi aveva quasi ucciso, sta dando i suoi frutti, ne è valsa la pena. Mentre saldo il conto del ristorante chiedo dove posso trovare l’ombra di un albero per distendermi un momento e scopro che a 100 metri, dopo una strada bianca, posso trovare un boschetto che fa al caso mio.

La percorro al minimo in prima e quando mi fermo sento che la carburazione in quel frangente è grassa, un po’ troppo grassa. Due sgasate per pulire la candela, punto il cavalletto a terra e mi distendo su un letto di foglie secche. Mi premuro di mettere la sveglia alle 17:00. Al mio risveglio faccio di nuovo una capatina in bagno e nel mentre penso che quel grasso che avevo sentito un’ora prima non mi era piaciuto affatto. Sfido il Malossi chiudendo di mezzo giro la vite del minimo e riparto -ora vediamo se grippi-.

Il motore finalmente sale pulito e brillante mentre percorro la strada che mi porta verso casa, puro godimento. Raggiungo un BMW GS1200 che goffamente imbocca i tornanti, devo rallentare per non tamponarlo. Lui apre in rettilineo, e io non mi tiro indietro, non riesce a scrollarsi di dosso i 52 anni del mio ferro. Curva dopo curva in discesa sento il freno posteriore sempre più lungo e meno mordente, lo sto stressando, bilancio la frenata pinzando di più sull’anteriore, speriamo non si surriscaldi anche questo. Raggiungiamo una carovana di moto che procede sui 90km/h, tengo il loro ritmo a filo gas. È da un bel po’ che non controllo il serbatoio, mi fermo a un distributore e scopro con mia grande sorpresa che sono ancora a metà livello. Faccio una botta di conti, sfioro i 30km al litro, incredibile per un motore del genere, mi sto innamorando. La buona azione giornaliera consiste nell’aiutare una signora a fare self service. Per la precisione non la aiuto, ma le insegno come fare, meritandomi un –che Dio ti benedica!-, grazie ma sono apposto così. Prima dentro e sgommo via.

Sento l’aria di casa, il sole cala e con esso il caldo, mi sento bene, sono mentalmente in discesa. Al distributore di Macerata scopro che sono invitato a una cena con degli amici, ovviamente accetto, sono fresco come una rosa appena colta. Attraverso Osimo, la mia città, con molta calma, come fosse un trionfale e vittorioso rientro da chissà che guerra. Nei 200m prima del cancello di casa spremo il motore a fondo come per far sapere a tutto il vicinato che sono tornato, sano, salvo, e con il mezzo perfettamente funzionante. Altri 200km abbondanti sono stati percorsi. Lascio la mia instancabile compagna di viaggio nel vialetto di casa e mi getto sul prato, di fianco a lei. Ce l’ho fatta.

Mezz’ora dopo ho la cena alla quale ero stato invitato. Secondo voi, per andarci, ho preso la macchina o la Vespa?

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Edited by Diegof12
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